Maggio 2001 di Gabriella Mezzanotte Come chi si occupa di editing, anche chi rivede una traduzione ha buone probabilità di non essere molto amato: sono pochi – ma ce ne sono, e sono in genere i migliori – i traduttori ben disposti nei confronti di chi deve controllare il loro operato, e fare le pulci a un testo che a loro è costato fatiche, riletture, correzioni e ripensamenti infiniti, prima che giungessero a considerarlo, spesso in assoluta buona fede, definitivo. Tanto è malvista questa operazione di controllo che in genere le case editrici dichiarano esplicitamente nel contratto se il traduttore dovrà passare sotto le forche caudine che un revisore appronterà per lui: e che possono invece trasformarsi in una collaborazione piacevole oltreché proficua per entrambi (e per i lettori), dato che chiunque abbia affrontato la prova di una traduzione sa quante sono le trappole in cui si può del tutto inavvertitamente cadere.
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Maggio 2001 di Diego Marconi Mi è capitato molte volte di dover tradurre in inglese o in francese miei articoli scritti originariamente in italiano, e anche di dover tradurre in italiano articoli scritti originariamente in inglese; e qualche volta persino di dovermi tradurre dall’inglese in francese. Capita a chi fa il mio mestiere, è normale. Ma mi è anche successo (e questo è meno frequente) di dover tradurre in italiano un mio intero libro scritto originariamente in inglese, ed è di questo che intendo parlare. Dico subito che è un lavoro che ho fatto malvolentieri, perché è piuttosto noioso: uno quelle cose le ha già dette una volta, e non ha voglia di ridirle. Inoltre c’è qualcosa di vagamente (e ridicolmente) narcisistico nel fatto di autotradursi. È già buffo leggersi – dico “leggersi” non per correggersi, o per ricordare quel che si pensava su un certo argomento, ma il leggersi fine a se stesso – figuriamoci tradursi. L’unica sarebbe trattare il proprio testo come se fosse stato scritto da un altro; ma, naturalmente, non ci si riesce. Si incorre invece in difficoltà caratteristiche, che dipendono dal fatto che si sta traducendo se stessi. Alcune sono le seguenti.
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Maggio 2001 di Giuseppe Cambiano L’idea che per trovare il significato autentico delle parole sia necessario spaccarle alla ricerca di radici, da cui esse germoglierebbero come piante, è antica e persistente. La si può trovare in Platone, ma poi anche in Vico o Schopenhauer o Nietzsche.Nella linguistica la ricerca etimologica non a se stante, ma inserita in precisi sistemi e sostenuta da comparazioni tra lingue, ha condotto a importanti risultati, come può provare il Vocabolario delle istituzioni indoeuropee di Émile Benveniste (1969; Einaudi, 1989).
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Maggio 2001 di Paolo Albani Rivisitando (per gioco) una classica distinzione di Roman Jakobson, supponiamo l’esistenza di traduzioni di tipo endolinguistico, interlinguistico e intersemiotico anche nel campo delle traduzioni immaginarie, cioè quelle effettuate partendo da lingue inventate.
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Maggio 2001 di Anna Nadotti Anni fa, scrivendo del mestiere di tradurre, lo definivo un viaggio, un viaggio che si fa in due, con quattro occhi, quattro mani… e una valigia sola. Riflettendoci oggi, alla luce di letture via via più intime dei testi che ci vengono sempre più smaglianti e densi dal subcontinente indiano, mi pare di ritrovarmi piuttosto in un’idea di traduzione come “pellegrinaggio”, nell’accezione dell’antropologo James Clifford. Un pellegrinaggio con molteplici stazioni, spesso scomode, durante il quale si imparano molte cose su persone, culture e storie diverse dalle nostre, non tutto, certo, ma comunque “abbastanza per cominciare a capire che cosa ci sfugge”.
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