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Politica

Carlo Altini, POTENZA COME POTERE. LA FONDAZIONE DELLA CULTURA MODERNA NELLA FILOSOFIA DI HOBBES, pp. 220, € 18, Ets, Pisa 2013

Perché interrogarsi sul concetto di “potenza”? Perché ne va del nostro destino. Dietro il dominio della tecnica, forma e sostanza della vita contemporanea, c’è questa categoria filosofica tangente con altre, altrettanto cruciali: libertà, necessità, volontà, causa, contingenza, autorità. La “potenza” va ripensata e sviscerata nelle sue implicazioni teoriche e pratiche. Potenza non è soltanto un concetto che rimanda all’idea di forza e di potere, ma la storia ci ricorda che essa indica pure l’idea di possibilità o facoltà. È soprattutto sulla confusione tra potentia e potestas che il libro si concentra. Ancor più nello specifico, Altini esamina il concetto nella teologia, nella filosofia politica e nell’antropologia hobbesiane, e a ciascuno dei tre ambiti dedica un capitolo. Perché Hobbes? È uno dei fondatori della modernità, ma vive in un’epoca di confine e transizione. La sua stessa formazione è in parte segnata dall’eredità umanistica, in parte dalla rivoluzione scientifica in atto tra i secoli XVI e XVII. Altini mostra come la filosofia hobbesiana produca una delle prime riduzioni della potentia a potestas. Ciò implica un’immagine di essere umano convinto che la propria salvezza passi solo attraverso una progressiva costruzione e un graduale perfezionamento del mondo. Padroneggiare la natura, questo si chiede all’individuo moderno. Altini non attribuisce a Hobbes la responsabilità di aver creato l’ossessione paranoica che condanna la modernità a essere l’epoca del delirio di onnipotenza in ogni ambito della vita. Invita semmai a lavorare su un’idea di potentia come potenzialità e apertura, rifiuto di un’accettazione supina di ogni forma di dominio. Spezzando il nodo potentia/potestas si potrebbe legare ogni esercizio di potere alle oscillazioni dell’umana incertezza, ovvero democratizzarlo.

DANILO BRESCHI

Leo Strauss e Karl Löwith, OLTRE ITACA. LA FILOSOFIA COME EMIGRAZIONE. CARTEGGIO (1932-1971), a cura di Manuel Rossini, introd. di Carlo Altini, pp. 214, € 20, Carocci, Roma 2012

Se Itaca è la terra del ritorno, sia Strauss che Löwith non approdarono mai a quella mitica isola. La loro comune condizione di ebrei tedeschi in epoca nazista li costrinse a una lunga emigrazione. Lo sradicamento e l’esilio furono la cifra della loro esistenza e di una riflessione filosofica tutta incentrata sul disagio della condizione umana nel mondo moderno in crisi. In ciò essi furono segnati a vita dal clima filosofico tedesco di inizio Novecento, dominato da Husserl e Heidegger e dall’ombra sempre più lunga di Nietzsche e della sua controversa eredità intellettuale. “Oltre” Itaca: come a dire che quel ritorno alle radici e la fine dello spaesamento contemporaneo furono anche impediti da filosofie inchiodatesi in un’antichità assolutizzata (Strauss, secondo una critica di Löwith) oppure installate su una contemporaneità confusa e preda del futuro (Löwith, secondo un giudizio di Strauss). Il superamento dello storicismo è dunque uno degli obiettivi che accomuna i due filosofi, i quali percorsero tentativi diversi di soluzione, ma cominciando, poco più che trentenni, a confidare reciprocamente nel confronto e scontro di argomentazioni e giudizi che l’altro poteva fornire. Tanto schietta e scevra da ogni ipocrisia è questa corrispondenza epistolare da lasciare alla critica filosofica alcune tra le più acute e sferzanti analisi del pensiero sia di Strauss sia di Löwith. Quest’ultimo mostra particolare lucidità nel mettere a nudo certe incongruenze e rigidità presenti nelle idee del collega e amico di sventure, così come il primo rivela grande capacità di replica e di saper irrobustire il proprio pensiero dopo ogni critica.

(D.B.)

Marisa Ombra, LIBERE SEMPRE. UNA RAGAZZA DELLA RESISTENZA A UNA RAGAZZA DI OGGI, pp. 88, € 10, Einaudi, Torino 2012 “Il corpo è mio e lo gestisco io”: questo slogan, affermato con orgoglio e dignità dalle donne per rivendicare i propri diritti, negli ultimi trent’anni è stato rovesciato in una forma di “schiavitù volontaria” . Marisa Ombra, combattente partigiana e vicepresidente dell’Anpi, decide di scrivere una lettera, rivolta a una ragazza quattordicenne di oggi, per riflettere e cercare di capire come si è potuto verificare uno stravolgimento di questo tipo. Il corpo femminile, simbolo di emancipazione, serve all’autrice come base per ripercorrere i momenti che hanno caratterizzato il movimento femminista in Italia, di cui lei è stata una delle principali protagoniste. La presa di coscienza, per un’intera generazione di donne, avvenne sicuramente durante la Resistenza: fu in quell’occasione che donne e uomini si trovarono, per la prima volta, fianco a fianco, a combattere per un ideale comune e ad avere pari dignità. Nel primo dopoguerra, le speranze per una rapida emancipazione vennero presto deluse e furono necessari ancora decenni di lotta, di manifestazioni, di scioperi, di rivendicazioni, per ottenere visibilità di fronte all’opinione pubblica e riconoscimento da parte delle istituzioni e dei partiti politici. Il rammarico per il rovesciamento del significato di quelle lotte e dei successi ottenuti, avvenuto negli ultimi anni e di cui sono responsabili soprattutto le donne, è costantemente presente nelle parole dell’autrice, la quale ribadisce che la libertà non è fare quello che si vuole e che viene in mente in un determinato momento, ma è la capacità di guardarsi intorno e, con cura e attenzione, valutare e scegliere, rimanendo sempre coerenti con le decisioni prese. L’autrice, con un linguaggio mai retorico o moralistico, riesce a esprimere pensieri e insegnamenti attraverso la propria esperienza diretta.

ELENA FALLO

Hans Blumenberg e Carl Schmitt, L’ENIGMA DELLA MODERNITÀ. EPISTOLARIO 1971-1978 E ALTRI SCRITTI, a cura di Alexander Schmitz e Marcel Lepper, trad. dal tedesco di Marco Di Serio e Ottavia Nicolini, pp. VIII-227, € 20, Laterza, Roma-Bari 2012

Oltre a una significativa porzione del carteggio tra Schmitt e Blumenberg, il volume raccoglie documenti vari sotto forma di appunti, tra cui alcuni sinora rimasti del tutto inediti. Attraverso tali documenti è possibile ripercorrere le fasi salienti e, al contempo, risalire agli argomenti fondamentali dell’intensa controversia che, a partire dal 1969 e quindi all’indomani della pubblicazione di Die Legitimität der Neuzeit (1967), divise i due tedeschi in rapporto al tema della secolarizzazione e, più in generale, in rapporto alla fondazione e giustificazione del mondo moderno e delle sue pretese di conoscenza. La polemica, avente per oggetto le questioni sollevate da Blumenberg tra le pagine di Die Legitimität der Neuzeit, non scorre lungo binari meramente accademici e specialistici, ma, al contrario, rimanda al presente storico dei due corrispondenti. Con Blumenberg da un lato e Schmitt dall’altro si fronteggiano infatti non solo due diverse generazioni (il primo è più giovane di quasi trent’anni) e due diversi itinerari biografico-intellettuali. Nel 1970, succedendo a Joachim Ritter, il primo è nel pieno della propria carriera, mentre l’altro è da venticinque anni “persona non gradita” nell’ambito delle istituzioni accademiche ufficiali, pur continuando a esservi presente a livello informale, ma è soprattutto un corresponsabile della politica nazionalsocialista. Da qui deriva, a dispetto del tono formalmente cortese e quasi estraniante dello scambio, l’intransigenza delle rispettive argomentazioni e contro-argomentazioni, a riprova della piena consapevolezza da parte di entrambi degli abissi concettuali e politici implicitamente evocati da quella disputa.

FEDERICO TROCINI

Alessandro Arienzo e Gianfranco Borrelli, EMERGENZE DEMOCRATICHE. RAGION DI STATO, GOVERNANCE, GOUVERNEMENTALITÉ, pp. 198, € 10, Giannini, Napoli 2012

Il libro raccoglie interventi presentati negli anni scorsi a conferenze e convegni. Tuttavia, l’occasionalità da cui nascono i saggi copre una più sostanziale unità: individuare le coordinate teoriche con cui intendere i mutamenti sociali in atto. Naturalmente, gli autori non ambiscono a una descrizione articolata della totalità del mondo, ma, attraverso lo studio di determinati lemmi, vogliono fissare alcune categorie di carattere generale. I lemmi prescelti sono diversi per origine e natura. La ragion di stato, infatti, è un concetto che reca lo stigma della modernità nel suo formarsi. Gli altri due, invece (“governance” e “gouvernementalité”), rimandano alla discussione attuale e, ancor più, al gergo delle istituzioni internazionali. A parere degli autori, preso atto di quelle che sono valutate “come tensioni e rotture del piano normativo e valoriale, più che procedurale, dei sistemi democratici”, occorre contrapporre a tali esiti una “pluralità di sforzi volti a riempire lo spazio democratico di pratiche, dispositivi e soggetti nuovi e alternativi all’esistente”. In sostanza, i saggi pongono un interrogativo sulla democrazia e la sua capacità, come forma politica, di fronteggiare la globalizzazione. L’idea di fondo è che questa crisi sia irrecuperabile se non si dà spazio ai nuovi antagonismi che i processi di cambiamento hanno innescato nel mondo post guerra fredda. A mio avviso, la prospettiva da cui muovono gli autori pecca di ottimismo nell’apprezzamento positivo di qualunque conato di rivolta si venga manifestando, mentre svaluta eccessivamente la democrazia moderna ovvero quella che è definita, con terminologia foucaltiana, la “governabilità liberale”. Pure, il volume si apprezza per la passione che percorre le analisi anche quando non condivisibili.

MAURIZIO GRIFFO

Francesco Corsi, Pietro Peli e Stefano Santini, L’UTOPIA DELLA BASE, prefaz. di Mario Tronti, pp. 285, € 15, Punto Rosso, Milano 2012

Proprio la varietà dei punti di vista dei tre autori ha favorito un’impostazione che esclude toni nostalgici o la definizione di modelli esemplari. Il Collettivo Colle Val d’Elsa, oggetto del volume, si coagulò nel 1969 e si sciolse nel 1975, allorché i sopravvissuti confluirono in blocco nel Pdup: fine lontanissima dalle ambizioni iniziali. Infatti coloro che progettarono il Collettivo intendevano costruire un’aperta sede di confronto e di iniziativa in grado di rispondere alle insoddisfazioni di una sinistra egemonizzata da un Pci solido e guardingo. Il trauma del 1956 aveva scatenato la prima insorgenza di inquietudini e critiche, in seguito, durante la svolta del 1968, cristallizzatesi in una spontanea aggregazione, che voleva a ogni costo diventare coesa organizzazione. E in parte ci riuscì, come osserva Silvano Tanzini, il cui voluminoso diario inedito, eccezionale anche per qualità scrittura, è stata una delle fonti principali per la scrupolosa ricostruzione di una fase ricca di conquiste. Furono gli anni di una “crescita della soggettività” (per riprendere una categoria immessa nel dibattito da Cesare Luporini), che si scontrò con tetragone ortodossie. L’originalità dell’esperienza colligiana fu, secondo gli autori, che “tutte le espressioni della nuova sinistra locale (…) finirono per riconoscersi nel Collettivo operaio, pur continuando a portare avanti le rispettive identità politiche”. Ma la tenace passione identitaria produsse anche tensioni e disquisizioni molto ideologiche, bollate da taluni come “socialdemocratiche”, da altri, talvolta, e al contrario, accusate di frazionistico e settario classismo.

ROBERTO BARZANTI

Michele Marchi, ALLA RICERCA DEL CATTOLICESIMO POLITICO. POLITICA E RELIGIONE IN FRANCIA DA PÉTAIN A DE GAULLE, pp. 422, € 24, Rubbettino, Soveria Mannelli (Cz) 2013

Lo scontro laici-cattolici in Francia prende avvio con Napoleone, per poi svilupparsi nel Novecento con punte di forte criticità. Attivo presso l’Università di Bologna, nonché autore, con Riccardo Brizzi, di una Storia politica della Francia repubblicana (Le Monnier, 2011), Marchi individua per la propria ricerca due direttrici: una che si riallaccia all’analisi del cattolicesimo politico in quanto tale, secondo gli orientamenti della scuola anglosassone; l’altra volta a esaminare le radici culturali del cattolicesimo politico nell’Esagono. Viene affrontata, con dovizia di fonti e citazioni, una fase tumultuosa della storia del cattolicesimo francese, caratterizzata da molteplici crisi interne (come per la guerra civile spagnola). Certo i punti delicati sono molti: ma se pare assai generosa la definizione del gruppo di firmatari del Manifesto per la difesa dell’Occidente contro le sanzioni all’Italia come di esponenti di un “pacifismo” di destra ed estrema destra, equilibrata è invece la ricostruzione delle ambiguità di Mounier verso Vichy, come anche l’analisi del Mouvement Républicain Populaire quale frutto di gollismo, anticomunismo e riformismo cristiano. Va detto che la politica antisemita di Pétain fu sostenuta dai cattolici integralisti della “Croix” e da vari altri: inconciliabile con essi fu quella tradizione che, partendo dal Sillon, andava ormai formando grandi leader democratici, come Maurice Schumann. A inglobare nella propria tali esperienze, virandole verso un autoritarismo moderato, sarebbe stato De Gaulle, “sintesi gallicana” che rese, osserva Marchi, “superfluo lo sviluppo di un cattolicesimo politico”.

DANIELE ROCCA

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