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L'Indice della Scuola

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Il riccio di Mona Achache

Febbraio 2010

Il riccio di Mona Achache,
con
Josiane Balsasko, Garance Le Guillermic, Togo Igawa, Francia 2009


Il gatto di Tolstoj

di Camilla Valletti

Piace o non piace? È fedele o ha tradito lo spirito del romanzo? Più raffinato o meno colto? È un’operazione che nasce sull’onda del successo ottenuto dal testo o piuttosto è una dichiarazione d’amore nei confronti del fortunato titolo di Muriel Barbery? Un film commerciale, un film che aggiunge in levare rispetto all’opera scritta, un film ispirato, un film troppo schematico? Insomma, intorno alla versione cinematografica di L’eleganza del riccio, nelle sale con il titolo Il riccio, si è scatenato uno pseudodibattito senza alcun peso da un punto di vista critico, ma assai seguito grazie a quella patina di intellettualità per tutti che si portava dietro il libro di Barbery.

Come il romanzo, il film, girato dalla assoluta esordiente Mona Achache (autrice anche della contestata sceneggiatura), fonda le sue speranze di successo sull’illusoria convinzione di raccontare una storia universale, alla portata di tutti, sull’incontestabile valore della lettura. Una versione moderna e ipercolta della fiaba di Cenerentola che, come tutti sanno, è l’archetipo del grande sogno, tutto femminile, dell’amore corrisposto che sa guardare oltre alle apparenze. La Cenerentola portinaia del palazzo aristocratico di Rue Grenelle 7, oltre a essere buona e umana – ecco la grande intuizione di Barbery –, è una lettrice accanita, un’autodidatta che, nel cuore segreto della sua loge, conserva una sterminata biblioteca di alta qualità. Renée Michel, infatti, non si contenta della grande stagione del romanzo ottocentesco, ma è in grado di decrittare i più ostici saggi di Husserl e decodificare i film di Ozu, il grande regista del Novecento giapponese conosciuto soprattutto grazie alla mediazione di Wim Wenders.

Il romanzo, lo sanno i bene i lettori italiani che lo hanno amato indipendentemente dalle sue intrinseche qualità, ha ben poco di narrativo. Il flusso di coscienza della portinaia Renée si alterna con quello della dodicenne Paloma: quello che accade e anche la morte in finale della protagonista è raccontato dal filtro delle due voci. Nel film, invece, nel tentativo di dare vita a una storia che è in verità un apologo, i fatti si susseguono come se fossero osservati da un terzo occhio, quello, ahimè, della telecamera di Paloma. La ragazzina, insopportabile creatura vestita dalle intramontabili magliette rigate della Petit Bateau (tanto che ogni scena sembra un spot del marchio), registra gli umori della casa. I pranzi, le scenate, le nevrosi della madre, le rigidità del padre, le cattiverie della sorella più grande. Poi, via via, affonda con un nuovo calore nella vita di Renée, accarezzandone i difetti e la superficiale modestia. La trovata della telecamera, in sostituzione del cambiamento di carattere tipografico che nel romanzo differenziava il diario della ragazzina dal borbottio della portinaia, unifica il racconto semplificandone la struttura...(continua)

 

 
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Mercoledì 29 settembre ore 18
Fnac - Torino, via Roma 56

La gabbia delle radici
Interverranno partendo dal libro di Francesco Remotti, L'ossessione identitaria (Laterza), Alessandro Cavalli, Enrico Donaggio, Ugo Fabietti, Massimo Vallerani e l'autore.