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Febbraio 2010
di Mattia Patti

Al suo esordio in qualità di direttore della Galleria d’Arte Moderna (Gam) di Torino, Danilo Eccher ha voluto subito lasciare il segno. Il primo atto della sua nuova gestione, infatti, è stata una radicale e inaspettata revisione dell’allestimento della collezione permanente. Abbandonato senza indugi il tradizionale ordinamento cronologico, le opere della Gam sono state raccolte attorno a quattro temi, quattro “etichette” tanto larghe e capaci da contenere opere anche molto diverse tra loro: “veduta”, “genere”, “infanzia”, “specularità”.

L’organizzazione tematica dei musei d’arte moderna non è certo una novità assoluta; una delle prime e più significative sperimentazioni in questo campo risale al 2000, quando Nicholas Serota, incaricato di dare forma alla Tate Modern di Londra, scelse di articolare il nuovo museo in sezioni tematiche (quattro, anche in quella circostanza). In un piccolo libro (Experience or interpretation. The dilemma of museums of modern art, Thames & Hudson, 2000; edito in Italia da Kappa nel 2002), Serota cercò di spiegare i motivi della propria scelta, sottolineando come l’allestimento tematico non vincoli in alcun modo il visitatore, lasciando alla sensibilità e agli interessi di ciascuno l’interpretazione delle opere esposte, che sono affiancate le une alle altre non sulla base di una precisa connessione storica, ma di rapporti formali e, soprattutto, iconografici. Il vantaggio principale di un’organizzazione per temi sarebbe quello di equilibrare i ruoli del curatore e del visitatore, permettendo anche a quest’ultimo – e non più solo al primo, come comunemente accade – di giocare attraverso la propria esperienza una parte attiva all’interno del museo. L’esempio della Tate Modern è stato seguito ben presto da altre istituzioni, europee e non, finendo in certi casi per coinvolgere opere precedenti l’Ottocento e il Novecento (è quanto avvenuto, ad esempio, allo Statens Museum for Kunst di Copenaghen).
Muovendosi all’interno di questa linea, Danilo Eccher ha in un sol colpo stravolto i consolidati equilibri della Gam, suscitando dure reazioni tra gli addetti ai lavori, ma riuscendo a convincere, se non addirittura a entusiasmare, larga parte del pubblico. Le quattro aree tematiche – l’una indipendente dall’altra – si snodano attraverso il primo e il secondo piano della struttura progettata negli anni cinquanta da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti. La sezione dedicata alla veduta è forse la più semplice da attraversare, la più convenzionale, nonostante alcuni accostamenti davvero spiazzanti. L’avvio, affidato ai piccoli dipinti di De Gubernatis, è quasi didascalico e lascia intendere fin dal primo istante come la pittura del XIX secolo non sia scomparsa nel nuovo allestimento, ma continui viceversa a giocare una parte fondamentale. Ben presto, però, ci si accorge che l’ordinamento tematico per sua natura non può essere sempre chiaro e lineare: il primo shock arriva infatti poco oltre, nella sala dominata da una grande installazione di Nicola De Maria (Regno dei fiori musicale. Universo senza bombe). Qui il tema della veduta scompare inspiegabilmente e il trait d’union che lega insieme le opere esposte è costituito da una vaga componente fantastica e, insieme, dall’uso insistito, se non esclusivo, di colori primari. La luce intensa riflessa dall’enorme pannello fiorito, elemento centrale del lavoro di De Maria, finisce con il mangiarsi tutto quanto si trova nei paraggi. Come una balena vorace esso per prima cosa divora un “pesciolino” appeso sulla stessa parete, appena un palmo più avanti: la piccola Marina di Osvaldo Licini, che è giocata su pochi colori puri e su un fragile equilibrio di semplici forme geometriche. Altrove il tema della veduta riemerge con forza. Il confronto – di per sé arditissimo – tra Castelfusano di Alfredo D’Andrade e la grande Roma (il muro) di Cy Twombly, più che testimoniare una condivisa sensibilità per la materia pittorica (come denunciano le tabelle di sala), ci ricorda invece che la nozione di memoria sta da sempre al cuore della pittura di paesaggio.

A chiudere questa parte è una delle più discusse soluzioni dell’intero allestimento, la sala che vede affrontato Aprile di Antonio Fontanesi a un igloo di Mario Merz. È proprio in casi come questo, però, che l’ordinamento per temi permette di creare un cortocircuito particolarmente interessante tra esperienze lontanissime: il quadro e l’installazione stanno infatti a segnare i poli estremi della riflessione sul rapporto tra umano e natura, tema che accompagna la ricerca artistica fin dall’età romantica e che è stato oggetto di privilegiata trattazione dagli esponenti dell’Arte Povera... (continua)

 

 
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Mercoledì 29 settembre ore 18
Fnac - Torino, via Roma 56

La gabbia delle radici
Interverranno partendo dal libro di Francesco Remotti, L'ossessione identitaria (Laterza), Alessandro Cavalli, Enrico Donaggio, Ugo Fabietti, Massimo Vallerani e l'autore.